Il lavoro è un dovere ed un diritto che deve rivolgersi a tutti

di Ilaria Pace

Il lavoro è un dovere ed un diritto che deve rivolgersi a tutti

Bari Attualità

letto: 150 volte 9 agosto 2020 Non raggiunti il minimo di 3 voti.


Il lavoro oggi.

Perché lavorare? Il lavoro è un dovere ed un diritto che deve rivolgersi a tutti eppure non è così.

Nella mia personale esperienza ho assistito a situazioni che negano questo dovere e diritto a molte persone che non si conoscono e lo riservano a se stessi, a familiari, parenti ed amici come se il lavoro fosse a circuito chiuso, destinato solo a persone che rientrano in un determinato status: cattolico, familiare, accordi, egoistico (scambio di favori).

Quando partecipo ai concorsi e selezioni spero che non ci siano irregolarità, raccomandazioni perché ritengono che debba esser premiato chi si prepara e si impegna nel raggiungere il traguardo che è una opportunità. In modo generico si dice lavoro ma il suo significato è ampio e comprende dignità, impegno, collaborazione, possibilità di costruire la propria vita come la si desidera; è un opportunità costante di crescita professionale e familiare.

In teoria il lavoro dovrebbe garantire una crescita ma ancora oggi non è così per tutti. In alcune aziende di lavoro dirette da religiosi e laici non sempre vige la correttezza e la trasparenza spesso si chiede o si omette di comunicare al lavoratore di scendere a compromessi: lavorare e accontentarsi di una retribuzione minore o a nero senza registrazione, non dissentire se i superiori commettono ingiustizie e irregolarità anche con soldi pubblici oppure omette di rilasciare fatture a tutti. Fino a quando si possono accettare le irregolarità? Una persona che non sa è perdonabile ma se con il tempo comprende non può non agire nell’interesse personale e collettivo. La legge è uguale per tutti? No, non è così.

Arriva al front-office una candidatura e la risposta è sempre la stessa: “Gent.ma, abbiamo ricevuto il suo CV. Abbiamo provveduto ad inserire il suo cv nel nostro data base e qualora avessimo necessità di un profilo che corrisponde al suo, non esiteremo a contattarla.” ma può anche non essere vero. Avrei voluto rispondere in modo sincero: La ringraziamo ma l’azienda assume solo persone con le quali scambiare favori, familiari, parenti, amici e personale come da accordi di partenariato per ultimo, se non ci fosse il profilo richiesto, gli altri “gli estranei”.

Il reclutamento di tutti con i finanziamenti pubblici consente, più del dovuto, che arrivino in ritardo e sono giustificati: arriva 45 minuti in ritardo ma è brava! Diversi si impegnano poco, altri lavorano con responsabilità. Se il denaro non fosse pubblico verrebbero assunti ugualmente? Non credo! Quando si preleva soldi dal proprio portafoglio le selezioni sono per merito.

Racconto un episodio: una classe di studenti svogliati non ha intenzione di seguire le lezioni di informatica e il docente permette che perdano il loro tempo sulle pagine social, vedere film, ascoltare musica. La tutor assegnata fa presente al docente che i ragazzi devono seguire il programma al fine di poter meritare la Qualifica ma nulla, gli risponde: non sono interessati e la Presidente aggiunge che l’importante che si trovino all’interno dell’Ente al sicuro e non per strada. La tutor non condividendo il loro pensiero, nel tempo libero cerca delle attività semplici che potrebbero interessare agli allievi, consegna al formatore delle schede contenenti esercizi per invogliare la partecipazione e l’attenzione dei corsisti e quest’ultimo si reca in direzione. La direttrice didattica riprende la tutor perché il formatore si è lamentato della sua intromissione. Fa presente nuovamente che il docente non segue il programma ma nulla, la direttrice evidenzia che lei è solo una tutor e lui un docente. Il docente è stato retribuito e i corsisti svogliati, i tutte le materie, hanno ricevuto la Qualifica. Che cosa gli è stato insegnato? Che senza impegno si ottiene. Sono certa che ci fosse in Bari un docente di informatica che avrebbe meritato di insegnare. Chiudo questa parentesi.

Esprimersi sinceramente nel lavoro è controproducente. Far presente ai superiori, religioso e laico, che le loro azioni non sono né giuste né etiche comporta ogni tipo di vessazione con la partecipazione dei colleghi che non posso mettersi contro la Presidente se voglio continuare a lavorare e per questo accettano di soffocare, sopprimere una persona libera che sceglie di dissentire. Loro sono fedeli, silenziosi e in cambio gli si concede di continuare a collaborare e di far lavorare i familiari e amici. Mi chiedo qual è il vero prezzo del silenzio?

Dove sono le istituzioni preposte al controllo e perché quell’unico giorno che si presentano restano in silenzio come spettatori estranei alla evidente irregolarità? Ci possiamo fidare delle istituzioni? Manipolare le situazioni, il silenzio. Quanto è assordante, fastidioso, insopportabile un silenzio al consenso al falso, alla disonestà. Non si prova vergogna delle azioni contrarie al bene ma al contrario, ci sono persone che si compiacciono della loro furbizia e cattiveria.

Per lavorare si deve accettare di esse disonesti o è possibile lavorare nella trasparenza? Si deve accettare di essere servi o possiamo chiedere di riconoscere i diritti visto che i doveri sono ampiamente rispettati? Il lavoratore può far presente al datore di lavoro che si può e si deve lavorare rispettando tutte le persone e le regole?

Vorrei abitare in una società migliore, solidale non a chiacchiere o per esibizione ma silenziosa, inclusiva, costruttiva per permettere a tutti di costruire la vita che si desidera ed essere felici. Se la società, e quindi tutti noi, non consentiamo che le persone si realizzano secondo la loro inclinazione siamo destinati all’infelicità, ad una morte vivendo.

Lavorare in modo onesto, trasparente e responsabile, senza fregare il prossimo, ci permette di realizzare un mondo migliore. Perché non lo si vuole? Perché essere egoisti, trattenere tutto per se stessi e dare gli avanzi agli altri? La Chiesa parla, afferma che nel mondo ci sono tanti poveri che vivono in strada, che si presentano alla caritas per chiedere da mangiare ma non è vero, si confonde. I poveri e quindi miseri sono gli egoisti, i disonesti, quelli che rubano, fregano con la complicità di chi sceglie di appoggiarli, che non riconoscono i diritti delle persone perché prima di essere un lavoratore è una persona.

Mi rispondono: le cose da sempre sono così! Le devi accettare, non le puoi tu cambiare. L’onestà? Non ci sono persone oneste. Impara ad esser furba. Non posso e non voglio rassegnarmi.

Il prossimo che sgobba tanto per un basso salario, una persona sorpassata da una raccomandata o chi è costretto a vivere per strada sono EROI e possono insegnare ai poveri egoisti cos’è il sacrificio, la responsabilità, la dignità, la giustizia, il sincero dono. Al mondo non serve la religione ma è essenziale l’etica.

Nelle scuole, sin dall’asilo insegnate l’etica, la religione lasciatela alla Chiesa visto che le suore e i preti, per insegnare religione, hanno la precedenza e non attendono come “gli altri” la convocazione secondo l’ordine, in graduatoria, del punteggio conseguito. Quanta disuguaglianza c’è nel mondo e la Chiesa contribuisce silenziosamente mentre platealmente è solidale e umana. Tanta apparenza.

Ribelliamoci di fronte alle ingiustizie perché meritiamo una vita serena e felice. Abbiate il coraggio di dire la Verità e di schierarvi non con il prepotente ma con le persone.

Vorrei che il lavoro oggi abbondi per gli onesti e scarseggi per coloro che non lo sono con la speranza che le difficoltà possano insegnare loro ad essere giusti e quindi non fare ad altri quello che non vorresti fosse fatto a te.

BVG